Qui sotto l’audio del mio intervento a Radio1 nella trasmissione mattutina CheckIn del 28 dicembre. Una bella occasione per gridare da una radio nazionale “dateci la bandaaaa!”.
Coninua a leggere: Lareteingabbia a Radio1: “Monti pensa alla Rete!”
Qui sotto l’audio del mio intervento a Radio1 nella trasmissione mattutina CheckIn del 28 dicembre. Una bella occasione per gridare da una radio nazionale “dateci la bandaaaa!”.
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Puoi leggere questo articolo anche su IBTimes-Italia. Un tavolo di trattative tra il governo dell’Afghanistan e i talebani. Una soluzione simile potrebbe accelerare il processo di pace in una guerra senza fine che dura da 10 anni. L’Alto Consiglio per la pace afghano ha deciso di partecipare ai colloqui che si terranno a Doha in … Read more![]()
Coninua a leggere: L’Afghanistan pone le regole per i negoziati con i talebani. I colloqui avranno sede a Doha in Qatar
27 DICEMBRE 2011 SYDNEY Quando si arriva in un nuovo paese la prima cosa che balza agli occhi è il tenore di vita. Una volta arrivati all’aeroporto (quello di Sydney stranamente non dà la giusta presentazione della città) si imbocca immediatamente una strada o si prende un treno per raggiungere la propria destinazione. Attraverso le … Read more![]()
Coninua a leggere: Le prime impressioni australiane: economia viva e servizi pubblici efficienti.
Shenzhen 25/XII/2011 深圳 2011年12月25日 E’ giunto alla fine anche da queste parti il Natale. Forse ovattato, fittizio e decisamente poco invernale però si fa sentire. Nei centri commerciali si sente addirittura “Adeste Fideles” cantata in qualche lingua sconosciuta, si incontra babbo natale che regala doni accanto a Michael Jackson che fa foto con bambini….Sfortunatamente sono … Read more![]()
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Puoi leggere questo articolo anche su IBTimes-Italia. L’aumento della domanda di petrolio in Cina è un fattore che Pechino si trova a fronteggiare da parecchio tempo, in particolare da quando il Paese è entrato in una fase di massiccia espansione economica. L’accordo che consentirà ai cinesi di esplorare ed estrarre l’oro nero in Afghanistan, garantendone … Read more![]()
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Coninua a leggere: La Russia scende di nuovo in piazza per protesta contro i brogli elettorali
Al British Museum, momentaneamente, è possibile ammirare le particolari opere dell’artista ghanese Paa Joe: delle originali bare da funerale
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Il British Museum è il più grande museo del Regno Unito sia per dimensione (54000 mq) sia per collezioni, infatti sono esposti oltre 4 milioni di oggetti che vanno dalle antichità egizie, passando per quelle greche e romane per arrivare fino al medioevo e all’arte islamica
Questo Museo è nato grazie ad una donazione avvenuta nel 1753 da parte del fisico Sir Hans Sloane, il quale poco prima di morire offrì al Governo Britannico la propria collezione di libri, monete, minerali e altri oggetti per un totale di 80000 pezzi, quindi nel 1759 fu aperto il primo Museo pubblico inglese, il quale in pochi anni divenne sempre più importante e aumentarono considerevolmente le collezioni al suo interno
Tra il 1823 e il 1829 Robert Smirke costruì un secondo edificio per contenere tutti gli oggetti e le opere d’arte presenti nel British Museum, venne realizzato un grande colonnato d’ingresso con un portico annesso che gira intorno alla Great Court e nel 2000 Norman Foster la ricoprì con una cupola vetrata diventando così lo snodo della visita al museo poichè collega l’ala est dall’ala ovest
Nell’ala egizia sono esposte alcune mummie da visionare assolutamente, nell’ala greca sono conservate alcune sculture provenienti dal Partenone di Atene il Monumento di Nereidi, nell’ala romana il Vaso Portland realizzato in vetro blu e decorato con un cameo in vetro bianco, mentre un esempio dell’arte dell’Asia centrale sono il Tesoro di Oxus e i bronzi provenienti dal regno di Benin
Il British Museum è talmente vasto che per visionare tutti gli oggetti esposti bisogna recarvisi più volte, l’ingresso è gratuito e sono a pagamento solo le esposizioni straordinarie che si trovano in una sala a destra dell’entrata
Per ulteriori info su orari ed esposizioni clicca QUI
Coninua a leggere: BRITISH MUSEUM
Il Museum of London venne aperto nel 1976, si trova all’interno di un’ala del Barbican progettato da Moya e Powell nel 1975. In questo museo possiamo ripercorrere attraverso le collezioni esposte la storia sociale, commerciale e politica della Gran Bretagna dalla preistoria ad oggi, le esposizioni racchiudono quindi anche tutta la storia del costume e della cultura londinese
Nelle varie sale possiamo ammirare tutti gli oggetti esposti in ordine cronologico supportati da mappe e materiale audio. Nelle sale al pian terreno troviamo l’epoca romana con pavimenti, pitture e sculture provenienti dal Tempio di Mitra; di seguito troviamo le gallerie dedicate all’epoca sassone con le armi vichinghe, le galerie medievali e dei modellini di alcuni monumenti cittadini come il London Bridge; proseguendo si entra nelle sale che raccontano il massimo splendore della storia inglese: le sale dei Tudor e degli Stuart, qui troviamo esposti i modelli della Royal Exchange e le rovine del Nonsuch Palace di Enrico VIII e il modello del Palazzo di Whitehall che venne distrutto; si arriva poi all’epoca vittoriana dove i trasporti, i cantieri edili e i divertimenti animano la vita cittadina; infine si arriva alla zona dedicata al XX secolo dove sono presenti manufatti liberty e decò come l’ascensore di Selfridge’s e alcuni modelli di automobili
Per ulteriori info su orari ed esposizioni clicca QUI
Coninua a leggere: MUSEUM OF LONDON
Spese folli da parte degli ospedali del servizio sanitario nazionale in Inghilterra e Galles tutte documentate nei dossier ottenuti grazie a Freedom of Information Act
Dai documenti ottenuti risulta che per lavori semplici come installare un campanello o cambiare una lampada sono stati sono state spese £ 184 e £ 466, tutti lavori effettuati sula base di preventivi da parte di ditte private che si occupano di manutenzione
Coninua a leggere: SPESE FOLLI NEGLI OSPEDALI
Paura questa notte a Buckingham Palace per un malore del Principe Filippo
Il Principe Consorte della Regina Elisabetta II è stato trasportato in elicottero all’ospedale di Cambridge dove è stato sottoposto ad un intervento per un’arteria coronarica ostruita, l’intervento è andato bene ma il Principe Filippo dovrà rimanere qualche giorno in osservazione
Coninua a leggere: RICOVERATO FILIPPO D’EDIMBURGO, PRINCIPE CONSORTE DELLA REGINA ELISABETTA II
Londra, 26 dic. Un giovane di colore è stato accoltellato a morte in strada a Londra. Il delitto è avvenuto in Oxford Street, non lontano dalla stazione di Bond Street, mentre centinaia di persone affollavano i negozi nel giorno dell’inizio dei saldi invernali. L’accoltellamento, si legge sul ‘Mailonline’, è avvenuto intorno alle 13.45 davanti alle vetrine di Footlocker.
Testimoni hanno riferito che la giovane vittima era coinvolta in una lite con un gruppo di altri giovani. Un coltello a serramanico in argento è stato recuperato in strada.
Scotland Yard ha fermato diverse persone: un portavoce della Metropolitan Police ha parlato di 6 fermi. Una parte della strada è stata transennata e alcuni negozi (Boots, Body Shop e H&M) – più vicini al luogo dell’assassinio – sono stati costretti a chiudere.
Coninua a leggere: DELITTO AD OXFORD STREET
Nei mesi caldi della Primavera araba, tra i tanti attori internazionali coinvolti ci si chiesti che fine avesse fatto il più temuto: al-Qa’ida. Le sue varie diramazioni prosperano nei luoghi tribali, dove le autorità statuali non arrivano: Sinai, Yemen, Sahel.
Al-Qa’ida è un cancro e il Medio Oriente è coperto delle sue metastasi. Rapimenti, traffico di droga e di armi sono le sue attività quotidiane, nonché le principali fonti di reddito.
Nella regione del Sahel (letteralmente: “riva”) questa situazione è stata incoraggiata dalla crisi libica e dall’afflusso di armi provenienti dagli arsenali gheddafiani ora incustoditi.
Di fronte alle crescenti sfide alla sicurezza, Mauritania, Mali e Niger stanno potenziando le proprie capacità militari acquistando armi dalla Francia. Il governo francese è legato con dieci paesi africani in una serie di contratti di vendita di armi. Il giro d’affari rappresenta una boccata d’ossigeno per l’industria francese, ma è anche indice di un problema sempre più urgente.
Soprattutto la stabilità del Mali è messa in serio rischio. L’aspetto più preoccupante, come ricordato dall’ambasciatore di Parigi a Bamako, è la totale assenza di un dibattito parlamentare in proposito. In un Paese da 1,24 milioni kmq di superficie e 7243 km di confini, Aqmi ha molte opportunità di prosperare, anche grazie alla complicità delle tribù Tuareg.
Consapevoli che, tra gli Stati del Sahel, il Mali costituisce forse l’anello più debole della catena nella lotta ad Aqmi, anche gli Stati Uniti hanno fornito aiuti militari all’esercito maliano del valore di 9 milioni di dollari, tra cui 75 veicoli, tra cui 44 fuoristrada, 18 camion Mercedes 1517 e sei ambulanze, oltre a grandi quantità di abbigliamento e attrezzature
Anche il Niger ha rafforzato le sue forze armate per resistere alla minaccia terroristica, soprattutto nelle aree del Nord, ricca di giacimenti di uranio dai quali la Francia si approvvigiona.
Ai primi di novembre, Parigi ha offerto forniture militari a Niamey. Nel contempo il governo nigerino ha spostato un gran numero di personale nelle zone a rischio, in particolare Tillaberi e Tahoua (a ovest) e Agadez (nel nord), entrambe vicine a Libia e Mali.
Fino ad oggi, le pattuglie militari al confine con la Libia hanno sequestrato circa 100 armi di vario calibro, grandi quantità di esplosivi e munizioni, attrezzature di comunicazione altamente sofisticate e più di 5.000 kg di resina di cannabis, così come alte somme di denaro.
Obiettivo di Aqmi è trasformare la regione del Sahel, e poi tutto il Maghreb, in “una nuova Somalia” ai margini dell’Europa meridionale. Compito favorito da tre fattori: l’orografia del territorio, che allontana il controllo statale e nasconde i traffici loschi; le insanabili rivalità tra gli Stati regionali (in primis tra Marocco e Algeria), che ostacolano qualunque programma di cooperazione; la crescente crisi alimentare nel Nord Africa, che in mancanza di soluzioni garantisce ampie masse di disperati alla manovalanza del terrorismo.
Per contrastare la minaccia, pare che Francia e Stati Uniti abbiano stabilito una base segreta per i propri droni a Katroune, nel deserto libico, allo scopo di sorvegliare le attività di Aqmi e svolgere missioni in Niger, Mali e Mauritania (qui un video di al-Arabya segnalato su In 30 secondi). Per quanto si sa, l’Algeria ha rifiutato di aprire il proprio spazio aereo ai velivoli.
Dimenticando forse che istruzione e aiuti allo sviluppo potrebbero essere un deterrente più efficace della tecnologia militare che l’Occidente sbandiera.
Filed under: Africa, Global war on terror Tagged: al Qaeda, Al-Qa’ida, Aqmi, droni, Mali, militarizzazione, Niger, Sahel, terrorismo
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Coninua a leggere: Droni e terroristi nelle sabbie del Sahel
Il 2011 non è stato un certo un anno favorevole all’Ungheria. Prima la delusione del primo semestre di presidenza ungherese della Ue, iniziato tra le polemiche e concluso senza aver raggiunto alcuno degli obiettivi prefissati. Poi la svolta autoritaria del governo Orban (qui un resoconto dettagliato) attraverso una riforma costituzionale congegnata in modo tale da marginalizzare ogni tipo di opposizione. Infine il probabile default del Paese in seguito all’interruzione delle trattative con il Fmi per il salvataggio del Paese.
È questo il bilancio di un anno all’insegna di un neoconservatorismo che ha cercato di centralizzare il potere nelle mani dell’esecutivo, ridimensionando sia la libertà di espressione che le forme di controllo, e condizionando ogni diritto sociale ai voleri del governo in carica. Qualche esempio? La legge contro la libertà di stampa, la revoca dell’immunità ai leader dell’opposizione e il progetto di legge sulla nomina politica dei magistrati, che cancellerebbe di fatto l’indipendenza del potere giudiziario.
Finora l’Unione Europea non ha fatto granché per impedire questa involuzione. Mentre nel 2000 stabilì un pacchetto di sanzioni contro l’Austria nel momento in cui Haider entrò nel governo di Vienna (peraltro senza ritoccare la costituzione), al contrario Bruxelles non ha mosso un solo dito nei confronti di Budapest. A ridestare le istituzioni internazionali è stata l’intenzione di Orban di abrogare di fatto la Magyar Nemzeti Bank, ovvero la Banca centrale di Budapest, indipendente dal governo, per fonderla con l’authority di controllo dei mercati finanziari, direttamente sottoposta all’esecutivo. In questo modo la politica monetaria del Paese sarebbe appannaggio del primo ministro. Decisione che ha indotto il Fmi ad interrompere i colloqui per concessione di 15-20 miliardi di aiuti finanziari.
Secondo un sondaggio, la metà della popolazione sarebbe disposta a rinunciare alla democrazia in cambio della prosperità economica. Il problema è che gli ungheresi stanno perdendo la prima senza conquistare la seconda. Anzi, la situazione è sempre più drammatica. Senza il denaro del Fmi e del Mes difficilmente l’Ungheria potrà evitare il default, visto che S%P’s ha già degradato i titoli di Stato di Budapest a livello spazzatura.
La ragione principale è che oltre il 50% dei mutui immobiliari contratti in Ungheria sono denominati in Franchi svizzeri. Dal 2008 la moneta elvetica si è apprezzata di oltre il 20% rispetto al fiorino ungherese (qui alcuni grafici al riguardo). Per il sistema bancario si prospettano grosse perdite, col rischio concreto di un possibile contagio ad altri Paesi membri dell’Unione europea, sia nell’Europa centrale che in quella centro-orientale. L’Ungheria potrebbe così rappresentare il primo caso di default sia pubblico che privato.
In nome del suo sfrenato nazionalismo, Orban aveva cercato di fare tutto da solo, senza aiuti esterni. Aveva anzi promesso di dimettersi nel caso in cui si fosse rivolto al Fmi; promessa ovviamente non mantenuta quando la trattativa è iniziata. Ma un governo autoritario, quando è in difficoltà, tende a diventarlo sempre di più. Messo alle strette dall’emergenza economica e da un’opposizione che ne chiede la testa, l’esecutivo sta scivolando verso una mal celata tirannia – oltre a strizzare l’occhio a Jobbik, movimento di estrema destra, xenofobo e antisemita, in teoria all’opposizione ma considerato da alcuni una propaggine di Fidesz Su Jobbik vale la pena dare uno sguardo al documentario di Roberto Festa e Claudio Maggiolini, “Il cuore dell’Europa”.
Ora l’Ungheria si trova di fronte a un bivio: cedere alle richieste di chi presta i soldi o rispondere no grazie ed avviarsi serenamente verso la bancarotta. Anziché fare la fine della Grecia, Budapest sembra volersi avviare sulla strada islandese, rifiutandosi di abbassare la testa di fronte alle istituzioni internazionali – e guadagnandosi le simpatie di indignado anche dalle nostre parti. Ma così Orban rischia di soddisfare solo il populismo senza provvedere alle reali necessità del Paese.
Usando il proprio debito come arma di ricatto (“se cadiamo noi, cadono tutti”), Orban pensa di avere il coltello dalla parte del manico. Se vincerà sarà il salvatore della patria. Se perderà, com’è probabile, porterà l’Ungheria nel baratro. E forse non solo essa.
Filed under: Unione Europea Tagged: Budapest, default, Europa, Fidesz, FMI, Jobbik, Orban, Ungheria, Unione Europea
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Coninua a leggere: Tra autoritarismo e default l’Ungheria è sull’orlo del baratro
La storia dell’Islanda che “sconfigge l’economia globale” circola da mesi. Idealisti e indignados sia di destra che di sinistra l’hanno elevata ad emblema della ribellione popolare per dimostrare a noi onesti cittadini oppressi dal debito che vincere contro presunti complotti di altrettanto presunti “poteri forti”, “governi occulti”, e chi più ne ha più ne metta, si può.
Tuttavia, nell’epoca di internet e dell’informazione in tempo reale, praticamente nessuno si è preoccupato di verificare le fonti, limitandosi ad accettare acriticamente quanto veniva diffuso su Facebook o altri canali alternativi. Se qualcuno si fosse degnato di fare una ricerca con il pc nella sua cameretta, senza dar retta a questa o quella chimera, si sarebbe reso conto da solo che la sproporzione tra entusiaste dichiarazioni e realtà sul campo si dimostra massima.
Questo articolo su sito Approfondendo.it analizza la vicenda islandese punto per punto, spiegando perché quanto viene propagandato dalla controinformazione italiana non sia altro che fumo negli occhi. Il testo risponde fondamentalmente a queste tre domande: cosa c’è di vero nel caso islandese, cosa è veramente successo e se l’esperienza islandese possa essere trasposta nella realtà italiana.
Una premessa: qui mi sono limitato a sintetizzare questo articolo, ma sulla rete ci sono molti altri contributi che approfondiscono la vicenda islandese. Mesi fa, io stesso avevo parlato della decisione di Regno Unito e Olanda di convenire l’Islanda in tribunale in caso di bocciatura del referendum popolare sul piano di rientro del debito (mentre tutti elogiavano tale scelta di “non pagare il debito”) e della disinformazione che anima slogan e “ricette per la crisi” proposti dai cosiddetti indignados. Ricevendo insulti e critiche, come prevedibile, o al più indifferenza.
È chiaro che svegliarsi da un sogno non è mai piacevole, ma chiudere gli occhi di fronte alla realtà non è cosa saggia. Finalmente sulla rete, in mezzo a tante approssimazioni, se non addirittura vere e proprie menzogne e falsità, cominciano ad elevarsi alcune voci decise a chiarezza.
Dunque, il caso Islanda.
1) Cosa (non) c’è di vero?
- L’Islanda NON ha lasciato il FMI: se non ci credete guardate qui e qui;
- L’Islanda NON ha espulso i rappresentanti del FMI: esaurito quest’anno il proprio compito di monitoraggio, della consueta durata di tre anni, sono tornati a casa;
- L’Islanda NON ha rifiutato l’aituo del FMI: anzi, ha ricevuto un prestito da 1,63 miliardi di euro. Che sta rimborsando con gli interessi;
- L’Islanda PAGHERA’ il suo debito: anzi, i due debiti. Il primo è quello con il FMI di cui sopra; l’altro è quello delle tre banche del Paese, nazionalizzate dopo il crac del 2008. Tale debito sarà rimborsato in virtù di accordi tra il governo di Rejkjavik e quelli di Londra ed Amsterdam, in quanto i principali creditori sono enti finanziari inglesi e olandesi.
La leggenda del presunto rifiuto è frutto di un equivoco. È vero che due referendum popolari hanno sonoramente bocciato i piani di rimborso proposti dal governo, ma da qui a dire che l’Islanda non pagherà ce ne corre. I beni all’estero di proprietà dello Stato islandese sono stati congelati; oggi si pensa di metterli all’asta allo scopo di soddisfare i creditori.
- In Islanda il popolo STA PAGANDO la crisi. È vero che i dirigenti delle banche coinvolte nella crisi del 2008 sono stati processati e condannati a pagare laute somme per contribuire a risanarle, ma è anche vero che negli ultimi tre anni il governo ha varato delle manovre draconiane (aumento delle tasse e dell’Iva, riduzione dei trasferimenti statali, ecc.) che stanno gravando su tutte le fasce della popolazione. Lo Stato sociale non è stato smantellato, come in Grecia, ma ridimensionato sì. Quando un Paese è in crisi, a pagare sono tutti, non solo i “cattivi”.
2) Cosa è successo veramente?
- La crisi islandese è stata diversa da quella dell’Europa continentale perché diverso è stato il modo di approcciarla. La mobilitazione popolare ha mandato un governo a casa e i banchieri alla sbarra, ma il risanamento non sarebbe mai stato possibile senza una gestione delle finanze pubbliche oculata e responsabile.
- La classe dirigente ha elaborato una strategia d’intervento chiara e precisa (a differenza dei governi nostrani, che brancolano nel buio) e soprattutto realistica, avvalendosi sia dei propri strumenti che di quelli offerti dal FMI. È così stato possibile ridurre la spesa pubblica senza smantellare lo Stato sociale, come invece sta avvenendo nelle nostre latitudini.
- La ripresa islandese è stata favorita dal ritorno dell’economia alla produzione reale (idro-geotermia, pesca, estrazione e lavorazione di materie prime), a scapito dei voli pindarici della speculazione: in tre anni il comparto finanziario si è ridotto dell’80%.
- In ogni caso, le banche sono state nazionalizzate, trasferendo i loro debiti sul bilancio pubblico. Contrariamente a quanto diffuso sulla rete.
3) È possibile fare lo stesso in Italia?
No. Troppe differenze separano l’esperienza italiana da quella islandese:
- L’Islanda non è nell’euro, per cui Rejkjavik è pienamente titolare della propria politica monetaria e non soffre delle restrizioni imposte da un organo come la BCE;
- I debiti delle banche islandese sono di modesta entità: appena qualche milione di euro;
- La nazionalizzazione è stata agevole e poco costosa perché ha interessato solo tre banche, peraltro dotate di cda trasparenti e di un azionariato facilmente individuabili;
- L’industria islandese è piccola e funzionante; quella italiana è grande e in crisi pluridecennale. Inoltre l’export islandese è basato su energia e risorse naturali; quello italiano sulla trasformazione, in larga parte con basso valore aggiunto, di prodotti importati;
- In Islanda la spesa pubblica è efficiente e in ordine; in Italia è enorme e fuori controllo. In più, la classe politica islandese è trasparente; su quella italiana stendiamo un velo pietoso.
- Infine, l’Islanda è un Paese insulare e senza immigrazione; l’Italia è divisa e afflitta da pesanti disparità sociali e territoriali.
A complemento di quanto detto, questo è ciò che scrivevo due mesi fa:
“È vero che la protesta islandese ha portato alla caduta del governo, alla decisione di non pagare il debito, alla stesura di una nuova Costituzione via internet. Tuttavia, prima della crisi finanziaria del 2008 gli islandesi non erano mai scesi in strada a manifestare e nessun governo si era mai dimesso per palese inefficienza. Le proteste di piazza sono state un’esperienza del tutto inedita in un Paese che non vive le tensioni ideologiche che da decenni hanno reso il dibattito sociale in Italia (e in Occidente) un continuo scontro senza confronto. Da questo punto di vista, fino a tre anni fa l’Islanda è sempre stata un’isola felice: nessun politico andava in giro con la scorta; nessuna guardia giurata all’ingresso di una banca. E dove il dibattito è aperto l’informazione è trasparente, al punto che l’Islanda era al primo posto nel mondo nella classifica di Freedom House sulla libertà di stampa. Per finire, stiamo parlando di un Paese da 320.000 abitanti: il meno popolato d’Europa, microstati esclusi. Questo fa si che il tessuto sociale sia piuttosto omogeneo, dagli interessi convergenti e poca conflittualità interna. Come mai potrebbe esserlo quello di nazioni con decine di milioni di cittadini.
L’esperienza islandese rappresenta un sincero e ammirevole esempio di democrazia, ma qualunque comparazione tra la realtà islandese e quelle del resto del mondo, italiana compresa, è semplicemente assurdo e inopportuno.“
La storia romanzata della “rivoluzione silenziosa“, dunque, è fumo negli occhi. Rappresenta il nostro ingenuo desiderio di credere che al mondo un possa esistere un luogo, una sorta di immaginaria Utopia di Tommaso Moro in salsa moderna, capace di spezzare le catene di quell‘economia globale di cui pochi comprendono i meccanismi ma di cui (quasi) tutti paghiamo le conseguenze.
Sognare va bene, illudersi no. Ma andate a spiegarlo a chi, sia pur in buona fede, continua a dire che dobbiamo fare come l’Islanda…
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Coninua a leggere: Un pò di chiarezza sulla leggenda della rivoluzione islandese
La notizia della possibile chiusura dello Stretto di Hormuz ha fatto il giro del mondo, sollecitando l’analisi politico-strategica sui possibili scenari. Nel caso in cui la marina di Teheran bloccasse davvero il transito delle petroliere, la conseguenza sarebbe quella di affamare il Pianeta di energia, spingendolo verso una nuova recessione.
L’idea che il blocco dello Stretto non comporterà grandi cambiamenti si basa su due presupposti errati: il primo è che l’export di Teheran (2,4 mln b/g) è piuttosto basso rispetto al fabbisogno mondiale (84 ml b/g); la seconda è che il rapido ritorno della produzione libica compenserà l’esclusione dal giro di quella iraniana. In realtà, la situazione non è così rosea. Primo, dallo Stretto passano 15,5 mln b/g, ossia tutto l’export dei Paesi del Golfo: il 17% del petrolio consumato a livello globale, il 30% di quello che circola via mare e del 40% di quello destinato alle esportazioni. Secondo, il trend della produzione libica non è così florido come le previsioni dei media raccontano.
Razionalmente l’Iran non farà nulla, visto che il blocco danneggerebbe innanzitutto il proprio export, senza contare le inevitabili ritorsioni militari che il mondo scatenerebbe. Ma è importante che tutti credano che stia per fare qualcosa.
Facciamo un salto indietro di alcuni mesi. Teheran ha provato ad alterare le quotazioni già in primavera, in concomitanza della guerra in Libia, quando nel vertice OPEC di giugno aveva compattato il fronte dei produttori non arabi dietro la decisione di non aumentare le loro quote, mettendo così in minoranza i produttori del Golfo. Per la prima volta in vent’anni, i membri OPEC non riuscivano a raggiungere un accordo. L’Arabia Saudita aveva deciso di andare avanti da sola, aumentando unilateralmente la sua offerta sul mercato a 10 mln b/g. Ma ciò non è bastato a smorzare il prezzo del barile, stabilmente sopra quota 90, e talvolta 100. Questo perché il greggio saudita non poteva sostituire automaticamente quello libico, di migliore qualità. I maggiori costi di raffinazione si sono così tradotti in un aumento del prezzo di mercato. Con i sentiti ringraziamenti delle finanze persiane.
Nel successivo vertice OPEC, tenuto in metà dicembre, Ryadh ha portato a casa una parziale rivincita, ottenendo la legittimazione dell’attuale livello produttivo di 30 mln b/g stabilito in giugno, più elevato del 20% rispetto ai 24,84 mln b/g fissati tre anni fa. L’Iran non ha sollevato alcuna obiezione perché cercava un un accordo che mantenesse efficacemente lo status quo. Tuttavia, Teheran aveva anche bisogno di un impegno da parte dell’Arabia Saudita e degli altri produttori del Golfo di ridurre le proprie quote per fare spazio al futuro ripristino della produzione libica. Ma come ha dichiarato il ministro saudita del petrolio Ali al-Naimi, “se la Libia aumenta la produzione non significa necessariamente che l’Arabia taglierà la propria”.
Chavez e Ahmadi-Nejad hanno accettato a denti stretti, reagendo ciascuno a suo modo. Il primo ha accusato gli Usa di “diffondere” il cancro presso i leader sudamericani, alimentando le paranoie (se mai ce ne fosse bisogno) dei complottisti di mezzo mondo. Il secondo, invece, ha giocato la carta di Hormuz. Lo stesso giorno del vertice OPEC (14 dicembre) è bastata la voce che il blocco navale fosse imminente per far aumentare le quotazioni del WTI di quasi 3 dollari.
In definitiva, la minaccia di un arresto del traffico petrolifero potrebbe mandare i prezzi in orbita. Considerato che l’Iran raggiunge il pareggio di bilancio se il petrolio supera quota 90 dollari al barile (livello destinato a crescere viste le precarie condizioni della sua economia), non è azzardato pensare che il governo di Teheran stia sfruttando il ricatto del greggio non tanto per indurre l’Occidente a più miti consigli sul fronte delle sanzioni, quanto per trascinarne verso l’alto il prezzo di mercato. Lucrandoci sopra.
Filed under: Conflitti, Energia, Grande Medio Oriente, Speciale Iran
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Coninua a leggere: Nella partita di Hormuz l’Iran cerca il profitto, non la guerra
Un’antica maledizione cinese augurava: “possa tu vivere in tempi interessanti”. Ripercorrendo i fati salienti di questo 2011 possiamo dire che i nostri, certamente, lo sono. E pensare che dopo gli Anni Zero, vissuti sull’ottovolante tra l’11 settembre, le guerre in Iraq e Afganistan e il crollo della finanza mondiale, credevamo di aver visto tutto.
Limes ripercorre i fatti salienti dell’intero anno. In sintesi, il posto d’onore nei fatti del 2011 spetta alla primavera araba, iniziata come un risveglio di popoli e terminata con i bagni di sangue in Egitto, in Yemen e, soprattutto, in Siria.
L’agonia dell’euro (con il ritorno dell’Italia, suo malgrado, al centro della scena mondiale), la guerra in Libia, la morte di Osama bin Laden, gli indignados, OWS e gli altri movimenti di protesta, il terremoto-maremoto in Giappone, il containment anticinese voluto da Obama, il tentativo di Putin di ricostruire l’Urss e le molte incognite del dopo ritiro dall’Iraq sono gli altri eventi che garantiranno al 2011 un posto speciale nei libri di storia a venire.
Una postilla sulla Primavera araba: in febbraio pareva che il vento della democrazia potesse soffiare sulle dune mediorientali; a distanza di mesi, quasi nessuno sembra aver compreso che dietro la farsa delle libere “elezioni” si sta celando il tentativo del Qatar(primo sovventore della Fratellanza Musulmana) e dell’Arabia Saudita (in competizione con Doha), di ricostituire il califfato islamico sfruttando proprio quella via “democratica” tanto cara a noi Occidentali.
Tralascio previsioni, teorie ed altri consimili (e sterili) esercizi intellettuali volti ad anticipare i fatti del 2012.
Segnalo solo un’analisi di Foreign Policy in cui si prefigurano i nuovi possibili teatri di guerra. Lo scenario più preoccupante è quello della Repubblica Democratica del Congo, dietro il quale si cela la questione mineraria. Ad esso si aggiunge la Siria, ormai sull’orlo di una guerra civile. Completano il quadro Afghanistan, Pakistan, Venezuela, Burundi,Yemen, Asia Centrale, Kenya vs Somalia, Tunisa, Myanmar e, ovviamente, Iran vs Israele.
Personalmente, tra le guerre probabili aggiungerei quella tra Nord e Sud Sudan, peraltro già in atto; tra quelle possibili (ancorché improbabili) non dimentichiamo due cancri geopolitici di lungo corso: il Nagorno-Karabakh e le due Coree.
Il blog Ononero augura a tutti buon anno con un video incentrato su spirali, Sezione aurea, e altre meraviglie della Natura. Insomma, un tuffo nella razionalità dopo un anno di follia.
Tanti auguri, allora. E buona fortuna. Perché tra spread, nuove probabili manovre, Peak oil (dovremmo cominciare a sentirne gli effetti tra qualche mese..) e Double Dip il 2012 sarà non meno faticoso dell’anno che ci lasciamo alle spalle. Altro che i Maya…
Filed under: Temi Globali Tagged: 2012
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Coninua a leggere: Tanti Auguri, ne avremo bisogno
…Very Interesting… Filed under: Cose d’Italia, Culto e religione, Documentario, Fai notizia, IN ITALIANO, Opinione, Politica, Società, Video![]()
Coninua a leggere: Dal meeting di Comunione e Liberazione: un video documentario…